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Diario


30 gennaio 2006

Un film singolare: "Incubus"

"Incubus" è uno strano film dell'orrore, tutto in Esperanto:

http://www.incubusthefilm.com 

AGGIORNAMENTO DEL 9 DICEMBRE 2008

Il sito del film è stato sostituito da un sito pubblicitario (credo). Se volete informazioni sul film potete trovarle con un motore di ricerca: il regista è Leslie Stevens e i protagonisti sono William Shatner (il capitano Kirk di "Star Trek") e la bella Allyson Ames.

Ecco alcune immagini del film che ho trovato in questo blog




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30 gennaio 2006

"Il brusio delle lingue" di Leo Solari

Il brusio delle lingue

Quale integrazione politica è possibile per le nazioni dell’Unione in assenza di una lingua comune? La necessità di coltivare l’utopia praticabile di un idioma europeo che non sia veicolo di una supremazia politica, ma l’espressione di una nuova società civile.

La Gazzetta Politica, 30.04.2004, p.6

IL MONDO POLITICO italiano è ormai da tempo entrato in fibrillazione per l'approssimarsi delle elezioni del nuovo parlamento europeo. Ovviamente i partiti appaiono interessati a questo appuntamento elettorale principalmente per l'occasione che in esso trovano per una verifica delle rispettive basi elettorali, ai fini delle conseguenze che se ne possono trarre nel quadro politico nazionale. Si riuscirà non di meno a evitare che, come è avvenuto regolarmente nel passato, manchi un vero confronto politico sui problemi della costruzione europea e che la competizione risulti così incentrata su "casa"?

Non occorre, certo, sottolineare che sarebbe di fondamentale importanza perla maturazione di una coscienza europea il fatto che in consultazioni come queste il dibattito elettorale risultasse basato almeno in buona parte su questioni riguardanti la vita dell'Unione e in tal modo l'elettorato sentisse di essere chiamato a pronunciarsi - anche, se non principalmente - in base al proprio giudizio su quelle questioni.

Tra gli argomenti di carattere comunitario atti, in linea di principio, ad incontrare l'interesse dei cittadini europei nell'imminente campagna elettorale potrebbe figurare un problema su cui, per una sorta di tacita convenzione generale, si è preferito finora non interrogarsi. Si tratta del problema della comunicazione linguistica nella costruzione europea.

La lingua e il pensiero

Ormai da vari anni si sta assistendo ad una crescita vieppiù accelerata della preminenza che - non diversamente da quanto avviene a livello globale - l'inglese sta conseguendo nell'Unione europea.

La supremazia dell'inglese ha ormai raggiunto uno stadio molto avanzato nella comunicazione tra i soggetti pubblici e privati.

Per quanto riguarda le istituzioni comunitarie, continua a essere rispettato - e non può essere altrimenti - il principio della parità delle lingue nazionali nelle riunioni e negli atti aventi carattere ufficiale.

L'inglese però sta guadagnando sempre più terreno nel campo, di maggiore importanza nella competizione tra i diversi idiomi, delle lingue di lavoro. E la supremazia in questo ambito è destinata ad accentuarsi in relazione, in particolare, alle crescenti difficoltà che il problema della comunicazione linguistica nell'ambito delle istituzioni comunitarie presenterà a seguito dell'allargamento.

Al riguardo basti ricordare che con le nuove adesioni di quest'anno, quelle già prestabilite e quelle molto probabili di fasi successive, si arriverà al raddoppio delle lingue ufficiali dell'Unione. In breve, si sta configurando concretamente la possibilità che l'inglese venga di fatto ad assumere progressivamente un ruolo di lingua franca nella comunicazione europea.

In prospettiva si può intravedere l'approdo dell'inglese allo stato di seconda lingua delle élites europee e, col tempo, dei popoli dell'Unione. Ciò non può non essere oggetto di riflessione. L'affermarsi di una netta egemonia di una delle esistenti lingue etniche non appare in consonanza con l'idea, quale è nello spirito dell'Unione, di una identità europea di cui il rigoglio del pluralismo culturale e linguistico rimanga connotazione essenziale.

È da osservare anzi tutto che la consacrazione di un ruolo dominante dell'inglese si risolverebbe in un fattore di disuguaglianza delle opportunità tra i cittadini europei per quanto riguarda la comunicazione linguistica.

Vi sarebbe una disparità infatti tra coloro per i quali l'inglese è la lingua madre e quanti, non trovandosi in questa condizione, sarebbero pertanto costretti ad imparare faticosamente una lingua che comunque potranno padroneggiare molto meno dei primi con conseguenti svantaggi nelle loro relazioni di lavoro. Non meno distante dalla concezione su cui si fonda la costruzione europea è un'altra conseguenza che emergerebbe a media e lunga scadenza. Con il definitivo consolidamento del ruolo dominante dell'idioma di uno dei paesi membri le altre lingue nazionali dell'Unione conoscerebbero probabilmente un processo di progressiva emarginazione.

Non è azzardato pensare che, come l'esperienza storica insegna, esse - o, almeno, alcune di esse - potrebbero trovare nell'arco di un certo numero di generazioni una sorte analoga a quella che hanno conosciuto i dialetti e le lingue regionali negli stati nazionali.

Un fattore politico

Il più importante riconoscimento degli effetti distruttivi che la definitiva affermazione della supremazia dell'inglese potrebbe avere su altre lingue è venuto proprio da una tribuna del mondo anglosassone: e precisamente dall'Economist con un articolo - apparso sotto il significativo titolo "Un impero mondiale con altri mezzi" - in cui si faceva un'ampia descrizione della vertiginosa ascesa dell'inglese nella comunicazione linguistica internazionale e si sottolineava testualmente che il "presente trionfo dell'inglese" aveva poco a che fare con la qualità della lingua, rappresentando fondamentalmente "il trionfo degli Stati Uniti come potenza mondiale".

Con considerazioni analoghe l'Economist è tornato sullo stesso argomento nel marzo dello scorso anno in un articolo intitolato The galling rise of english ("l'irritante crescita dell'inglese").

Editoriale in cui si accenna, questa volta, anche ad un aspetto precedentemente prospettato in questo scritto: e precisamente agli effetti discriminanti che il prevalere dell'inglese sta già avendo in Europa.

Secondo un giudizio condiviso dalla citata autorevole testata britannica ci si dovrebbe preoccupare altresì dei rischi di colonizzazione culturale che per l'Europa rappresenterebbe l'affermarsi, nel Continente, del predominio di un lingua che oggi è anzitutto la lingua degli Stati Uniti d'America: la lingua, cioè, dell'Impero e dei Mc Donald's.

E presumibile che negli stessi paesi non anglofoni non siano pochi - soprattutto tra quanti hanno o presumono di avere una perfetta conoscenza della lingua di Shakespeare - coloro che, interpellati, sosterrebbero che su altre possibili considerazioni debbano far premio i vantaggi che nell'attività delle istituzioni europee e nelle relazioni tra i cittadini dei paesi membri potranno derivare dalla naturale evoluzione della lingua egemone verso un ruolo di lingua veicolare.

Questa evoluzione, funzionale rispetto all'esigenza di una semplificazione del problema della comunicazione linguistica all'interno dell'Unione europea, favorirebbe una più profonda integrazione del Continente e in particolare la mobilità transfrontaliera della manodopera: pertanto non dovrebbe essere ostacolata.

Appare probabile, però, che, se sollecitata ad esprimersi sull'argomento, la maggioranza dei cittadini europei non anglofoni dichiarerebbe di non vedere con favore la prospettiva di una definitiva predominanza dell’inglese si dimostrerebbe interessata ad un discorso su questo problema. Sarebbe il caso pertanto che non si perdesse l'occasione, che le imminenti elezioni europee offrono, di promuovere un coinvolgimento dell'opinione pubblica europea nella questione della comunicazione linguistica dell'Unione.

Una questione di cittadinanza

Nel confronto tra le diverse opinioni potrebbe figurare anche una valutazione delle possibilità di concepire un'alternativa al ruolo che l'inglese tende ad acquisire nella comunicazione linguistica europea.

Alternativa immaginabile nell'utilizzazione come lingua franca di una lingua artificiale che, appunto perché tale, cioè perla sua natura neutra, non potrebbe avere nel futuro riflessi negativi sulle altre lingue.

In particolare una simile soluzione, diversamente da quanto avverrebbe con l'egemonia della lingua di uno dei paesi membri, porrebbe tutti i cittadini su un piano di parità per quanto riguarda la lingua ausiliare. Si tratta di un'ipotesi utopica? Probabilmente sì. Ma anche l'unità europea è stata nel passato un utopia.

Un'utopia può essere giudicata anche la realizzazione di un assetto federale europeo. Eppure questa istanza figura come obiettivo di lotta della maggior parte degli europeisti.

Perché, volendo rimanere nei limiti di quanto possa considerarsi istanza realistica, rispondente a concrete convenienze per l'Unione europea, non sostenere l'opportunità di avvalersi dell'esperanto come lingua ponte (al riguardo il ricorso a quel idioma sarebbe la soluzione più funzionale) quale uno dei modi per fronteggiare la crescente complessità che i problemi di interpretariato e traduzione sona destinati a presentare nell'Unione?

Perché non avviare su scala adeguata la sperimentazione, rendendo l'insegnamento dell'esperanto ad essere utilmente propedeutico all'apprendimento di lingue etniche? Potrebbero così acquisirsi esperienze utili per discutere in futuro di eventuali successive fasi di utilizzazione dell'esperanto.

Naturalmente non è neppure concepibile che si possa arrivare all'adozione dell'esperanto in una costruzione europea che rimanga nei limiti delle innovazioni previste nella costituzione che, come sembra ora quasi certo, si riuscirà a varare quest'anno.

L'utilizzazione di una lingua artificiale presuppone in effetti la realizzazione di un'Europa federale nei cui cittadini la coscienza europea abbia raggiunto un grado di maturità tale da potersi riflettere nella volontà politica necessaria a sostenere il processo di affermazione di un nuova lingua.

D'altra parte la visuale federalista evoca naturalmente l'idea di una lingua federale europea: un traguardo, questo, che, se realizzato, varrebbe più di ogni altro aspetto a far crescere nei cittadini dell'Unione la coscienza di far parte di una patria europea.

Leo Solari

tratto da www.linguainternazionale.it




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29 gennaio 2006

I dubbi sulla questione AIDS

Facendo una sintesi brutale:

1 C'è chi dice che l'Aids è causato dall'HIV (Gallo, Aiuti ecc....)

2 C'è chi dice che l'HIV è un virus innocuo, che diventa pericoloso SOLO SE è associato a un altro fattore (teoria espressa da Montaigner nel 1990, accolta con estrema freddezza da i sostenitori della teoria 1, tanto che Duesberg commentò: "C'era Montaigner, il Gesù dell'HIV, e l'hanno cacciato dal tempio").

3 C'è chi dice che l'HIV non c'entra e l'AIDS è provocato da certe droghe (Duesberg)

4 Il Nobel per la Chimica Mullis dice che non c'è alcuna prova per la teoria dell'HIV ma neanche condivide quella di Duesberg. Riguardo alla causa dell'AIDS, egli non sa rispondere, anche perchè la definizione della malattia è troppo elastica. Alla domanda "E per quanto riguarda i retrovirus in generale? C'è ragione di pensare che siano dannosi?" egli risponde:"Non c'è ragione di pensare né che siano dannosi, né che non lo siano, almeno fino a quando qualcuno non lo dimostri. Per quanto ne so, la gente è piena di convinzioni generali prive di veri e propri fondamenti scientifici. Si tende ad alzare polveroni su questioni la cui evidenza non esiste".

5 C'è chi perfino dice che non esistono prove dell'esistenza dello stesso virus HIV (ad esempio Eleni Papadopulos Eleopulos, dell'Università di Perth).

Tutte e 5 le teorie sono sostenute da scienziati e ricercatori noti e di valore. Eppure, ovunque si è accreditata come verità assoluta la teoria 1, basandosi su di essa si sono fatte previsioni apocalittiche, si sono trasformati i sieropositivi in untori, si è speso e si spende una quantità di denaro senza precedenti, si sono obbligate le donne incinte ad assumere l'AZT (alla faccia della libertà di cura), si sono messi e si mettono in circolazione farmaci dai pesanti effetti collaterali. Il tutto sulla base di una teoria discussa e discutibile e sotto il condizionamento delle case farmaceutiche (come nota Silvio Garattini).

Propagandare l'uso dei preservativi mi sta benissimo, meno bene mi sta spendere tanti soldi per la "lotta all'Aids". E la pensa così anche il professor Karol Sikora, che il 21 Novembre 2007 ha scritto questo articolo sul "Daily Mail":

The Aids epidemic that never was and why political correctness influences too much medical spending

 




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28 gennaio 2006

L'"Inno alla gioia" in Esperanto.




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28 gennaio 2006

L'"Inno alla gioia" in Esperanto

Questo è il beethoveniano "Inno alla gioia" nella libera e felicissima versione in Esperanto:

AL EŬROPO ALL'EUROPA

Kantu kune amikaro, Cantate insieme, amici,
ni la ĝojon festas nur, festeggiamo la gioia solamente,
nek rivero nek montaro fiumi e montagne
plu landlimoj estas nun. non sono ora più frontiere.
Ho Eŭropo, hejmo nia, Oh, Europa, nostra casa,
tro daŭradis la divid'. troppo durò la divisione.
Nun brilegu belo via, Splenda ora la tua bellezza,
ĉiu estas via id'. ognuno ti sia figlio.
Via flago kunfratigas La tua bandiera affratella
homojn post milita temp', gli uomini dopo il tempo della guerra,
via leĝo nun kunigas la tua legge ora unisce
civitanojn en konsent'. cittadini in consenso.
De l’ Malnova Kontinento Del Vecchio Continente
ĵus ekstaris la popol’; il popolo ora si è alzato;
gvidas ĝin tre nova sento lo guida un nuovissimo sentimento
kaj kuniga forta vol’. e una forte volontà di unione.
Sub la ŝildo de la juro Sotto l'egida del diritto
ni vivados en konkord'. noi vivremo in concordia.
Tio estas nia ĵuro: Questo è il nostro giuramento:
unu land' kaj unu sort'. un Paese e una sorte.
Jen ekzemplo por la mondo: Ecco un esempio per il mondo:
jen direkto, jen la voj': ecco una direzione, ecco una via:
tuthomara granda rondo un grande cerchio di tutta l'umanità
en la paco, en la ĝoj'! nella pace, nella gioia!




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24 gennaio 2006

Zamenhof




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23 gennaio 2006

Capitini

"Siamo socialisti ma non possiamo ammettere il totalitarismo burocratico statalista; siamo liberali ma non possiamo ammettere il dominio del capitalismo che è nel liberalismo"

Aldo Capitini




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21 gennaio 2006

Quando lingue e culture s'incontravano

Da linguainternazionale.it

Un codice svela la prima traduzione in italiano

E l’Europa andò a scoprire il Corano e nuovi mondi

di Stefano Sieni

E’ del 1461 (e non del 1547) la versione in lingua moderna dei sacri testi dell’Islam. Allora il dialogo fu più forte delle armi.

La storia gioca a nascondino tra le carte logore degli antichi manoscritti. E a volte riserva sorprese illuminanti, come questa. Un enorme codice ci svela che nella Firenze del Quattrocento, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, crocevia d’arte sublime e di traffici d’ogni tipo, già circolava una traduzione italiana del Corano con l’aggiunta di una sorta di catechismo islamico, scritto dal fondatore di una storica setta “fondamentalista” che tanta parte aveva avuto nelle vicende della Spagna musulmana.

La traduzione era stata fatta da un certo Nicolaio di Berto nell’ottobre del 1461 (dalla versione latina duecentesca di Marco da Toledo, rimasta in gran parte inedita) ed è la prima che si conosca del testo coranico in una lingua europea moderna. Il che impone di rimettere indietro di quasi un secolo le lancette degli orologi. Finora, infatti, la traduzione più antica era considerata quella del noto “libraio” in odore di eresia Andrea Arrivabene, pubblicata a Venezia nel 1547 e basata sul fortunatissimo testo latino scritto da Roberto di Ketten per Pietro il Venerabile fra il 1141 e il 1143 e stampato nel 1543 con l’alto patrocinio di Lutero.

Un secolare segreto. Autore della scoperta è il fiorentino Luciano Formisano, ordinario di filologia romanza all’università di Bologna e vicepresidente del Comitato nazionale per le celebrazioni del quinto centenario del viaggio di Amerigo Vespucci. Ebbene, proprio curando la pubblicazione di un codice che contiene, fra l’altro, tutte le lettere in volgare del grande navigatore, lo studioso si è imbattuto in quelle carte sciupate dal tempo, in quelle parole difficili da decifrare che ben presto hanno rivelato il loro secolare segreto.

Il manoscritto in questione è il Riccardiano 1910, detto anche “Codice Vaglienti” dal nome del suo compilatore e conservato appunto nella Biblioteca Riccardiana di Firenze, diretta da Giovanna Lazzi. Ma chi era Vaglienti? Un mercante curioso, pratico, di cultura medio-bassa, acerrimo nemico dei veneziani per motivi ovviamente commerciali. Si chiamava Piero di Giovanni, era nato a Firenze nel 1438 ma visse soprattutto a Pisa, dove morì nel 1514. Quando cominciò a raccogliere il materiale da trascrivere, le scoperte geografiche stavano rivoluzionando gli equilibri mondiali, economici e politici. E, a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, la parte del leone toccava ai navigatori portoghesi, come Vasco de Gama, che apriva la rotta delle spezie doppiando l’Africa fino all’India, o come Pedro Alvares Cabral, che per caso scopriva il Brasile inseguendo i tesori dell’Oriente. Tutte spedizioni nelle quali mercanti e imprenditori fiorentini avevano affari favolosi, specialmente a discapito della declinante potenza veneziana. Vale la pena ricordare, in proposito, che il Vaglienti (“merciaio” e “cambiatore” a Pisa, dopo il 1475, in un fondo di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico) era in stretto contatto e collaborava proprio con quelle dinastie di affaristi, come i Sarnigi e i Marchionni, che operavano sulla piazza di Lisbona e foraggiavano gli avventurieri dei mari…

“Investire in Portogallo”. Ecco perché, accanto alle lettere di Vespucci (gloria fiorentina), il codice della Riccardiana riporta per esempio quelle di Vasco de Gama o dei Marchionni, facendo precedere il tutto da una versione del Milione di Marco Polo, inteso quasi come il simbolo di una “geografia antica” alla quale bisognava affiancare ora quella “moderna”. Il mondo, insomma, stava cambiando e la parola d’ordine per i mercanti fiorentini era “Investire in Portogallo” e nei tanti paesi, vecchi e nuovi, che si ritrovavano nella sfera d’influenza commerciale della corona di Lisbona e dei suoi azionisti europei. Esisteva sì il costante pericolo turco (Costantinopoli era caduta nel 1453), esistevano abbordaggi di pirati e guerre, ma esisteva anche la necessità di dialogare con altre civiltà, magari le stesse con le quali gli eserciti si scontravano. La conoscenza era da sempre l’anima del commercio. Per questo, nel momento in cui i portoghesi stringevano rapporti con i mercanti arabi in Africa e in Asia, non deve stupire che Piero Vaglienti inserisse nella sua raccolta dedicata ai testi dei viaggiatori le pagine che toccavano più strettamente l’Islam.

La prima parte, a carta 167, riporta brani dell’”Arcorano di Maometto”, con un proemio di Marco da Toledo e una scelta di “fioretti”, vale a dire di “sure”. La seconda, invece, è un “tratato di Bencometto” (in opposizione al dispregiativo medievale “Malcometto”), una specie di catechismo islamico sul dogma fondamentale dell’unità di Dio. L’autore è il berbero Ibn Tumart che visse nel XII secolo e fondò la setta “fondamentalista” degli Almoadi. Il suo intento era quello di ricondurre l’Islam alla purezza originaria. E il “tratato” si proponeva di dare ai neofiti un’interpretazione semplificata del Corano. Perché capissero meglio.

La storia ci dice, come fa notare Formisano, che gli Almoadi furono sconfitti dai soldati cristiani nella battaglia di Las Navas de Tolosa il 16 luglio 1212. Ma questo non impedì che nello stesso periodo Marco da Toledo traducesse in latino il Corano e il “catechismo” di Ibn Turmat. Così come, due secoli e mezzo dopo, a pochi anni dalla caduta di Costantinopoli, Nicolaio di Berto avrebbe tradotto in italiano gli stessi testi, diffondendoli nella società fiorentina del tempo. In fin dei conti, la conoscenza e il dialogo erano più forti delle armi.

(La Nazione, 13/1/2006).




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19 gennaio 2006

Mondo notturno




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19 gennaio 2006

L'esplosione demografica



www.rientrodolce.org




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19 gennaio 2006

Le origini del cosmo secondo Angiolo Bandinelli

DA "IL FOGLIO" DEL 18 GENNAIO 2006

IL "CREDO QUIA ABSURDUM" TOCCA UN LAICO PIU' DELLA DISPUTA SU DARWIN

di Angiolo Bandinelli

Fu un amico ebreo a farmi, parecchi anni fa, una osservazione sul cristianesimo che a me, battezzato, cresimato e comunicato, suonava inedita: tra le grandi religioni, disse, il cristianesimo è l’unica in cui non trova posto la problematica della Genesi, quella delle origini del cosmo. Lui non era un biblista, ma era di quegli ebrei capaci di distillare fino in fondo le sottili alchimie proprie alla loro identità. Le sue parole mi erano già state riesumate dalle dispute su Darwin e il creazionismo, il “disegno intelligente” che dovrebbe tracciare con il compasso e la squadra di Dio la nascita (e la fine?) del mondo. Adesso, in una libreria, sfoglio un’ennesima edizione dei Vangeli apocrifi e in due di queste insinuanti narrazioni leggo del Gesù ancora bambino che, interrogato da un dotto su questioni di astronomia, di stelle e di cieli, si dà a snocciolare nomi, misure e meraviglie di astri, di stelle e dell’intera sfera celeste. Quei due Vangeli non sono tra i canonici. Luca (2/46) riferisce bensì della disputa del divino fanciullo con i dottori del Tempio, ma il suo sobrio racconto ignora questioni astronomiche, o comunque scientifiche: Gesù si è allontanato da Maria e Giuseppe senza avvertirli, ma quando i due lo rintracciano tra i dottori del Tempio e lo rimproverano, tranquillamente risponde che lui è lì per “attendere alle cose del Padre”. Mi opporrei ad ogni interpretazione estensiva delle sue parole. Anche l’episodio delle tentazioni nel deserto (su cui il nichilista Dostoevskij scrisse una pagina assai partecipe) ci mostra, se non vado errato, un Gesù deciso a respingere il demonio che gli squaderna dinanzi e gli offre tutta la scienza del mondo. La predicazione del Messia ha rapporto con le problematiche della salvezza individuale. E’ l’innovazione folgorante del suo messaggio fattami notare dall’amico ebreo. Per la riforma Moratti, Gesù sarebbe un umanista da liceo gentiliano, un po’ come i sofisti greci con le loro domande sulla verità.

Mi viene di osservare che, alla fin fine, i fautori del creazionismo intelligente utilizzano un metro troppo antropomorfico. Il mondo è stato “intelligentemente” creato da Dio, dicono, in quanto costui lo ha fatto bello e perfetto della bellezza e perfezione quali noi le concepiamo a nostro uso e consumo. Ma - diciamo, ironicamente - non potrebbe dio averlo creato con le forme, i colori e i modi con i quali lo vede l’occhio plurimo della mosca, per la quale il mondo ha un ordine in quanto è perfettamente adatto alle sue proprie misure, ai bisogni della sua propria esistenza? Oppure, non sarebbe più corretto pensare che il Dio creatore vede il mondo e le sue cose ritagliato sulla misura della realtà “scientifica” subatomica, tutta protoni, neutrini e quant’altro vi si agita, una struttura nella quale non si distingue se ci si trovi dentro il corpo di un elefante o tra i granelli di sabbia di una spiaggia o sospesi nell’aria? E infine, se Dio vedesse il mondo a livello dello stadio puramente energetico, come un ammasso di flussi simili a quelli sprigionatesi nel big bang iniziale (se poi un big bang ci fu, come oggi la scienza ci dice e domani potrebbe smentire)? Ecco spazzata via quella teleologia che ci parla di ordine e armonia di un mondo misurato con i nostri parzialissimi occhi. Comunque: cosa importa tutto ciò ai fini della salvezza, magari della “mia” salvezza? Se io credo nel Cristo risorto, perché dovrei occuparmi del disegno divino o del babbuino darwiniano? Direi anzi, semmai, che Gesù si è crocifisso per “smentire” e “sfidare” l’ordine delle cose mondane: sempre, in definitiva, appartenenti a Cesare.” Pasolini osserva che nel suo “Vangelo” gli sarebbe stato facile demistificare tutta la storia del Cristianesimo, ma mai avrebbe potuto demistificare il “problema della morte”, o “quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo di religioso, che è il mistero del mondo”. In quanto laico, il tertullianeo “credo quia absurdum” mi coinvolge, la disputa sul darwinismo e il “disegno intelligente”, no. Lasciamo queste faccende a geologi ed astronomi. Loro sono solo scienziati.

se poi un big bang ci fu, come oggi la scienza ci dice e domani potrebbe smentire

La teoria è contestata già oggi da un cospicuo numero di scienziati "eretici". Uno di essi è Roberto A. Monti.

Albert Einstein and Walther Nernst: Comparative Cosmology (Roberto A. Monti)

http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep3-17.htm (il Big Bang è citato due volte).




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17 gennaio 2006

Ho passato l'esame :-)

Il sito www.lernu.net permette di imparare l'Esperanto. Si possono anche dare esami on-line.
Ho passato il primo esame e ho ricevuto questo diploma:




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17 gennaio 2006

WWW.RIENTRODOLCE.ORG Non potremo più contare sul petrolio.


Ricostruzione storica delle scoperte di petrolio in miliardi di barili.




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16 gennaio 2006

Kia vi sentis vin hodiau? - Come ti senti oggi?


Questo poster in Esperanto viene dagli Stati Uniti.  

TRADUZIONE DELLE PAROLE IN ESPERANTO:

Gli aggettivi valgono sia per il maschile che per il femminile.

elĉerpita=estenuato
konfuzita=confuso
ekstaza=in estasi
kulpa=colpevole, in colpa
suspekta=sospettoso
kolera=in collera
histeria=isterico
frustrita=frustrato
trista=triste
memfida=sicuro di sè
embarasita=imbarazzato
feliĉa=felice
petolema=petulante
nauziĝita=nauseato
timigita=impaurito
furioza=furioso
honta=pieno di vergogna
zorga=vigile, attento
fimemkontenta=sogghignante [alla lettera: contento di sè per qualcosa di male]
deprimita=depresso
subigita=sottomesso
esperplena=speranzoso
soleca=solo
enamiĝinta=innamorato
ĵaluza=geloso
enua=annoiato
surprizita=sorpreso
anksia=ansioso
ŝokita=sconvolto
timida=timido




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15 gennaio 2006

L'Inno Sardo

 



Su http://it.wikipedia.org/wiki/Inno_Sardo si legge che "S'Hymnu Sardu Nationali, composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843 in sardo in variante campidanese (ma ne esiste anche una versione logudorese) fortemente latinizzata nella grafia, è stato il primo inno nazionale italiano (del Regno d'Italia, e prima di allora del Regno di Sardegna, unitamente alla Marcia Reale), in vigore fino al 12 ottobre 1946".

L'inno comincia così: Conservet Deus su Re / Salvet su Regnu Sardu / Et gloria à s'istendardu / Concedat de su Re. / De fides et fort'homines/ Se figios nos vantamus,/ Bene provaramus/ Figios ipsoro, o Re.

Non lo riporto tutto perchè le versioni che trovo in giro per la rete sono tutte diverse, e non so qual'è quella giusta (mi pare nessuna manchi di errori).
Però voglio citare questa strofa, in cui si giunge al masochismo più spinto:

Comanda su qui piagati,
Si bene troppu duru,
E nde sias tue seguru
Qui hat a esser factu, o Re.

cioè:

Comanda ciò che piacciati
Foss'anche troppo duro,
Ad essere sicuro
Che sarà fatto, o Re.

Nei libri di storia degli ultimi decenni quando si parla dell'entità statuale su cui i Savoia regnavano si usano denominazioni scorrette come "Piemonte", "regno sardo-piemontese" ecc... Lo si dovrebbe invece chiamare Regno di Sardegna, perché questo è il suo nome. Se i Savoia non avessero avuto la Sardegna sarebbero stati dei semplici duchi, e non avrebbero potuto mescolare il loro sangue con quello dei più importanti regnanti europei.

Tanto per fare un esempio, il critico e scrittore piemontese Giuseppe Baretti (1719-1789) lo chiama sempre Regno di Sardegna, semplicemente perchè è il suo nome.  Se non sbaglio, fu "creato" da papa Bonifacio VIII. Il Piemonte era solo un ducato.




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14 gennaio 2006

Come iscriversi a www.rientrodolce.org

MODULO PER L’ISCRIZIONE ALL’ASSOCIAZIONE RIENTRODOLCE
Da stampare e inviare, unitamente a 10 Euro, all'indirizzo del tesoriere:
Ferretti Guido - Via Viotti 9 - 10121 Torino


nome __________________________

 

cognome ________________________

 

nato a _____________________________  il __/__/_____

 

residente in:    (indicare lo Stato) _____________________    

 

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12 gennaio 2006

IL SISTEMA UNINOMINALE AUSTRALIANO

Il sistema elettorale cui mi riferisco è quello in vigore in Australia per la Camera. Così lo illustra Massimo Teodori (le precisazioni tra parentesi quadre sono mie):

"II sistema elettorale è uninominale con il voto alternativo trasferibile. Ad ogni elettore è data la possibilità di mettere in ordine di preferenza i candidati contrassegnandoli con un numero (1°-2°-3°-4°...). [Perché il voto sia valido i candidati bisogna contrassegnarli tutti. Quest'obbligo è però assente nella variante del nuovo Galles del sud, di cui parlo alla fine di questo post.]

Viene eletto il candidato che raggiunge la maggioranza assoluta. Se con le prime preferenze non si verifica tale condizione, il candidato con il minor numero di prime preferenze viene eliminato e sono conteggiate, in aggiunta alle prime, anche le seconde preferenze. Il processo continua fino a quando un candidato non raggiunge la maggioranza assoluta.
   
Esempio: caso di un collegio con 4 candidati A, B, C, D
 
prime preferenze

-per il candidato A, voti 4.653
-per il candidato B, voti 3.981
-per il candidato C, voti 1.527
-per il candidato D, voli 685

Totale voti 10.846. Nessun candidato ha la maggioranza assoluta di 5.424 voti. Si elimina il candidato D con il minor numero di prime preferenze e si considerano le sue seconde preferenze [cioè si considerano le seconde preferenze delle schede in cui la prima preferenza è per il candidato D]

-per A, 43
-per B, 429
-per C, 93 che sommate alle prime preferenze danno

A, 4.653 43=4.696   B, 3.981 429=4.410   C, 1.527 93=1.620

Totale voti 10.726.

Nessun candidato ha la maggioranza assoluta di 5.364 voti. Si elimina il candidato C con il minor numero di preferenze e si considerano le sue seconde preferenze [cioè si considerano le seconde preferenze delle schede in cui la prima preferenza è per il candidato C] ecc..."

Massimo Teodori, Come voterai, Stampa alternativa

Nel caso che la seconda preferenza sia attribuita ad un candidato già eliminato, si considerano la terza o eventualmente le successive preferenze. Nell'esempio di Teodori, se in una scheda con primo voto C la seconda preferenza è per il già eliminato D, si considera la terza preferenza. Uno dopo l'altro, i candidati vengono eliminati e alla fine ne resta soltanto uno.

Ovviamente ciò che ho descritto è soltanto il modo per "calcolare" il vincitore; gli elettori non devono far altro che votare e aspettare qualche ora per sapere chi ha vinto, esattamente come negli Stati Uniti: in ciascun collegio c'è un solo vincitore, che viene però deciso in modo meno rozzo rispetto all'uninominale anglosassone.

Con questo sistema se la maggioranza assoluta degli elettori pensa che un candidato sia il peggiore gli sarà impossibile vincere, mentre negli Stati Uniti o in Inghilterra uno può vincere anche con meno del 40%, indipendentemente da ciò che pensa di lui il resto dell'elettorato. 

Il sistema uninominale australiano (meglio se nella variante illustrata qua sotto) a me pare il migliore. Subito dopo metterei l'uninominale a doppio turno con secondo turno riservato ai primi due (cioè il sistema usato nelle presidenziali francesi).

VARIANTE DEL NUOVO GALLES DEL SUD

Nel Nuovo Galles del Sud, uno stato australiano, il sistema elettorale per eleggere l'assemblea legislativa si differenzia dall'uninominale australiano "classico" per il solo fatto che non è obbligatorio mettere tutti i candidati in ordine di preferenza ma se ne possono indicare quanti se ne vogliono, anche solo il primo. Insomma, l'elettore ha davvero la massima libertà.

NOTA

Questo post è stato modificato il 16/03/2007. Ringrazio
ugo perché con un suo commento mi ha spinto ad informarmi meglio e correggere delle inesattezze. Ho cancellato il suo commento e i miei in sua risposta perché concernevano tali inesattezze.




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10 gennaio 2006

LETTERA A PANNELLA SUL SISTEMA ELETTORALE AUSTRALIANO

Caro Marco, nell'ultima conversazione a Radio Radicale hai parlato di turno unico "anglosassone" e di doppio turno "francese". Il primo ha il difetto di consentire di vincere a chi non è gradito dalla maggioranza assoluta dei votanti, il secondo è costoso e scomodo per via dei due turni.

Ma c'è una terza via con i pregi dei due sistemi citati ma priva di questi difetti: è il sistema uninominale australiano.

Perchè non gli dai un'occhiata? Esso prevede che si mettano i candidati in ordine di preferenza scrivendo un numero accanto al loro nome: 1 accanto al preferito, 2 accanto alla seconda scelta ecc...

Non ti sembra assurdo che un sostenitore di Nader non possa votarlo per tema di favorire Bush? Col sistema australiano può indicare: 1 Nader 2 Kerry.

E' un sistema antipartitocratico quanto quello anglosassone, ma che in più consente all'elettore di esprimersi in maniera meno rozza e più articolata. Inoltre genera un sistema a 3-4 partiti, che mi sembra meno asfittico del sistema a soli 2 partiti (che secondo me produce "alternanze" più che "alternative").

Ciao.

AGGIORNAMENTO DEL 16/03/2007

Nello stato australiano del Nuovo Galles del Sud per eleggere l'assemblea legislativa si utilizza una variante dell'uninominale australiano in cui mettere tutti i candidati in ordine di preferenza non è obbligatorio, ma se ne possono indicare tre, due, o anche solo uno. Per maggiori particolari sull'uninominale australiano e la sua variante del New South Wales:

http://mildareveno.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=809203




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9 gennaio 2006

Perchè un americano usa l'Esperanto?

Odio tradurre, ma questo testo in Esperanto mi è sembrato bello. Alla traduzione segue il testo originale.

Joel Brozovsky* “Perché un americano usa l’Esperanto?”

Chi mi incontra, a volte esprime sorpresa, quando viene a sapere che io, americano, uso l'Esperanto al posto dell'inglese in Giappone. Talvolta persino non si crede che io sia effettivamente americano, poichè mi si sente parlare solo in Esperanto. Certo, è vero che la maggioranza degli americani preferisce usare l'inglese. Molti americani pensano che l'inglese sia sufficiente, e che tutti nel mondo dovrebbero impararlo. Perchè dunque preferisco usare l'Esperanto por comunicare con non-americani? Ecco qualche ragione:

Amicizia. Durante lunghi viaggi ho rimarcato che la maggioranza delle persone che mi parlavano in inglese non si interessavano a me come uomo o alla mia cultura. Si interessavano in primo luogo al denaro. O volevano vendermi qualcosa, o volevano imparare l'inglese da me per ricevere una migliore educazione e ottenere un posto meglio pagato o qualcos'altro. Al contrario, una grande percentuale delle persone che parlano con me in Esperanto si interessano a me come uomo o alla mia cultura. Molti di loro desiderano fare amicizia, e effettivamente molti di loro diventano miei amici.

Uguaglianza. Se parlo inglese con un giapponese o con qualcun altro la cui lingua nativa non è l'inglese, sempre, inevitabilmente, io ho la posizione di esperto sulla lingua, e, non importa quanto questa persona abbia studiato l'inglese, lui o lei necessariamente parla da una posizione inferiore, come lo studente rispetto al professore, o il subordinato rispetto al capo. Se invece  si parlasse con la lingua del mio interlocutore, ad esempio il giapponese, la situazione sarebbe uguale e contraria.

Apertura di porte. Durante il mio lungo viaggiare per il mondo, l'Esperanto ha aperto moltissime porte, in senso figurato e letterale. Sono stato ospite di 150 case di esperantisti durante tre anni di viaggio, e solo una notte ho pernottato in un albergo! Per mezzo dell'Esperanto e degli esperantisti, ho potuto fruire di una cultura molto ricca, incontrare molti uomini diversi e conoscere intimamente le loro vite, le loro culture, le loro case, i loro pensieri ecc.. Alcuni dei miei buoni amici mi hanno confessato, dopo anni di amicizia, che prima di incontrarmi, non amavano gli americani. Dunque, usando l'inglese, non avrei potuto fare amicizia con quelle persone, che ora sono amici molto cari. L'Esperanto ha aperto la porta che portava a loro.

Aiutare il mondo. Lavorando per diffondere l'Esperanto, sento di fare qualcosa di utile al mondo. Se le persone in tutto il mondo potranno comunicare liberamente come eguali e fare amicizia per mezzo dell'Esperanto, certamente il mondo diverrà più buono, più giusto, più simpatico. Non penso che l'Esperanto possa da solo risolvere tutti i problemi mondiali, ma penso che certo esso possa aiutare gli uomini a elaborare soluzioni.

Creatività. Amo molto usare l'Esperanto, perchè esso consente una maggiore creatività. Per via della grande flessibilità della lingua, sento maggiore libertà scrivendo o parlando in Esperanto, piuttosto che in inglese, la cui struttura e li cui lessico sono relativamente fissi. Le possibilità di creare nuove espressioni in Esperanto sono quasi senza limiti; è una grande gioia esplorarle e trovare espressioni efficaci usando elementi già esistenti.

Esperienze di valore e fiducia in se stessi. Passando attraverso porte aperte dall'Esperanto, ho avuto molte esperienze di valore, che non facilmente avrei potuto avere senza l'Esperanto. Queste ricche esperienze hanno molto contribuito alla mia fiducia in me stesso e mi hanno preparato ad agire nel mondo in modo più competente.

Una nuova concezione del mondo. Forse il più grande profitto, che ho tratto dal mio uso dell'Esperanto, è il cambiamento drastico della mia concezione del mondo. Prima immaginavo che il mondo fosse pieno di estranei - uomini molto diversi e non raggiungibili. Con "estranei" non si può molto entrare in sintonia, perchè sono appunto...estranei. Tuttavia, a causa delle mie esperienze attraverso l'Esperanto, ho scoperto che questa idea era profondamente sbagliata. Il mondo è pieno non di estranei ma di persone simili a me e parte della stessa famiglia. Inoltre, molti di quegli uomini desiderano essere miei amici, se hanno l'occasione di incontrarmi e conoscermi. Dunque, non sono estranei ma amici o futuri amici. Che grande differenza! Ora mi sento realmente legato agli uomini del mondo. E non mi sento più incatenato a una lingua soltanto, a una sola cultura. Sono libero di interagire con le persone attraverso il mondo, perchè dovunque si trovano persone amichevoli e perchè l'Esperanto mi dà modo di parlare facilmente con loro.

"Esperanto", 1998, N.1, p. 11.

* Joel
Brozovsky (1952). Imparò l'Esperanto nel 1972. Americano. Matematico, esperantista di professione. E' stato membro dello staff della sezione internazionale di Oomoto in Giappone (Oomoto è una religione, setta dello scintoismo; usa molto e sostiene l'Esperanto) e redattore della rivista in Esperanto "Oomoto". Ora membro dell'Elna. Guida i corsi. Ha fatto molte conferenze sui suoi viaggi esperantisti.

Joel Brozovsky* "Kial usonano uzas Esperanton?"

Nove renkontitoj foje esprimas surprizon, kiam ili ekscias, ke mi, usonano,uzas Esperanton anstatau la anglan en Japanio. Foje oni ech ne kredas, ke mi efektive estas usonano, char ili audis min paroli nur Esperanton. Nu, estas vere, ke la plimulto el la usonanoj preferas uzi la anglan.Multaj usonanoj opinias, ke la angla sufichas, kaj ke chiu en la mondo devus lerni ghin. Kial do mi preferas uzi Esperanton por komunikighi kun neusonanoj? Jen kelkaj kialoj:

Amikeco
. Dum longaj vojaghoj mi rimarkis, ke la plimulto el la homoj,kiuj alparolis min per la angla, ne interesighas pri mi kiel pri homo, nek pri mia kulturo. Ili interesighis unuavice pri mono. Au ili volis vendi ional mi, au ili volis lerni la anglan de mi, por povi ricevi pli bonan edukonkaj pli altsalajran postenon, au ion alian. Kontraste, granda procento de la homoj, kun kiuj mi parolas Esperante, interesighas pri mi kiel pri homo,au pri mia kulturo. Multaj el ili deziras amikighi, kaj efektive multaj el ili farighas amikoj.

Egaleco
. Se mi parolas angle kun japano au iu alia, kies denaska lingvo ne estas angla, mi chiam, nepre, havas la pozicion de spertulo pri la lingvo, kaj, negrave kiom multe tiu alia persono studis la anglan, li au shi nepre parolas el malpli alta pozicio, kiel lernanto al instruisto au subulo al estro. Se anstataue ni interparolus per la lingvo de mia kunparolanto, ekzemple la japana, la situacio estus sama sed inversa. Tia malegaleco tre malhelpas la interamikighon.

Pord-malfermo. Dum mia longa mondvojagho, Esperanto malfermis multegajnpordojn al mi, figure kaj lauvorte. Mi tranokte gastis en 150 hejmoj de esperantistoj dum la trijara vojagho, kaj nur unu nokton mi pagis en hotelo!Pere de Esperanto kaj esperantistoj, mi povis ghui tre richan kulturon,renkonti multajn diversajn homojn kaj konatighi intime kun iliaj vivoj,kulturoj, hejmoj, pensoj ktp. Kelkaj el miaj bonaj amikoj, post jaroj da amikeco, konfesis al mi, ke,antau ol renkonti min, ili malshatis usonanojn. Do, se mi uzus la anglan, mi certe ne povus ekamikighi kun tiuj homoj, kiuj nun estas tre karaj amikoj. Esperanto ja malfermis la pordon al ili.

Helpi la mondon. Laborante por disvastigi Esperanton, mi havas la senton,ke mi faras ion utilan al la mondo. Se homoj tra la mondo povos libere interkomuniki kiel egaluloj kaj interamikighi per Esperanto, certe la mondo farighos pli bona, pli justa, pli simpatia. Mi ne imagas, ke Esperanto sola solvos chiajn mondproblemojn, sed ghi ja povas helpi la homojn ellabori solvojn.

Kreemo. Mi tre amas uzi Esperanton, char ghi kondukas al plia kreemo. Pro la granda fleksebleco en la lingvo, mi sentas liberighon verkante au parolante en Esperanto kompare kun la angla, kies strukturo kaj vort-stokoestas relative fiksitaj. La ebloj krei novajn esprimojn en Esperanto estas preskau senlimaj; estas granda ghojo esplori ilin kaj trovi trafajn esprimojn, uzante jam ekzistantajn erojn.

Valoraj spertoj kaj memfido. Trairante pordojn malfermitajn per Esperanto, mi ricevis multajn valorajn vivspertojn, kiujn mi ne facile povus havi sen Esperanto. Tiaj richaj vivspertoj multe kontribuis al mia memfido kaj preparis min pli kompetente agadi en la mondo.

Nova mondkoncepto. Eble la plej grava profito, kiun mi ricevis el mia uzado de Esperanto, estas drasta shangho de mia mondkoncepto. Antaue mi imagis, ke la mondo plenas je fremduloj - homoj tre malsamaj kaj nealireblaj. Kun "fremduloj" oni ne povas multe simpatii, char ili ja estas fremdaj, chu ne? Tamen, pro miaj travivajhoj uzante Esperanton, mi malkovris, ke tiu imago estis tre erara. La mondo plenas ne je fremduloj, sed je homoj, samaj kiel mi kaj miaj familianoj. Kaj plue, tre multaj el tiuj homoj deziras esti miaj amikoj, se ili havas la okazon renkontighi kaj konatighi kun mi. Do, ili estas ne fremduloj, sed amikoj au estontaj amikoj. Kia granda diferenco! Nun mi sentas min reale ligita al homoj tra la mondo.Kaj mi ne plu sentas min katenita al nur unu parto de la mondo, al nur unu lingvo, nur unu kulturo. Mi estas libera interagi kun homoj tra la mondo, char chie trovighas amikemaj homoj, kaj char Esperanto donas al mi la rimedon facile interparoli kun ili.

"Esperanto", 1998, No 1, p. 11.

* Joel
Brozovsky (1952). Esperantistighis en 1971. Usonano. Matematikisto, profesia esperantisto. Estis stabano de Internacia Fako de Oomoto en Japanio (Oomoto estas religio, sekto de shintoismo; vaste uzas kaj subtenas Esperanton) kaj redaktoro de la Esperantlingva revuo "Oomoto". Nun stabano de ELNA. Kursgvidanto. Multe prelegis pri sia per-Esperanta mondvojagho.




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7 gennaio 2006

Il prezzo del petrolio




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